Dal palco del Festival di Sanremo 2018 a quello di Fusignano per la presentazione del suo romanzo: Ermal Meta

11.06.2022

Immaginate la scena: mercoledì sera, un paesino in provincia di Ravenna, un parco pubblico pieno di lucciole e persone. Una cinquantina di posti disponibili, qualcuno arriva presto per accaparrarsi quelle sedie, qualcun altro poggia dei plaid per terra e si accomoda sull'erba, i ritardatari prendono le sedie dal chioschetto del parco e si dispongono dove c'è posto. Un palco semplice, due sedie, qualche bottiglia d'acqua e dei faretti per illuminare lui che a breve arriverà. Un banco con una trentina di copie, andate a ruba, e poi improvvisamente gli applausi che squarciano il silenzio. Eccolo Ermal Meta, classe 1981 vincitore del festival di Sanremo nel 2018 con "Non mi avete fatto niente" in coppia con Fabrizio Moro. Ma ora è seduto lì davanti ad un piccolo pubblico, veste i panni dell'autore presentando il suo primo romanzo "Domani e per sempre" edito da La nave di Teseo. Un racconto intimo, empatico, si sente che la storia di Kajan, piccolo albanese che vede nel suo sperduto villaggio la trasformazione dell'Albania scossa dalla Seconda guerra mondiale, ha radici profonde nel cuore di Ermal. Anni prima in un suo concerto nell'anfiteatro di Zafferana etnea, paesino ai piedi dell'Etna a molti colpì il suo carattere deciso. Mentre cantava in mezzo al pubblico, una ragazza gli mise il telefonino in faccia, lui all'improvviso fermò la musica, lanciò il telefono tra il pubblico e disse di godersi l'attimo, il qui e ora e non pensare a postare le foto per farle vedere sui social. L'uomo che ci si ritrova davanti in un'ora e mezzo di conferenza stampa è più o meno lo stesso, sorriso aperto, simpatico, disponibile, ma con la stessa filosofia del Carpe Diem. Si apre moltissimo, racconta episodi della sua infanzia, di come il regime indottrinava la popolazione, tanto che la sua maestra in prima elementare entrando in una classe caotica disse: «cos'è questa America!». L'America, il nemico, il capitalismo visto con gli occhi di un bambino di sei anni salvato dalla musica. La musica che torna anche nella vita del protagonista del libro, che vive con il nonno perché i genitori partigiani erano andati a difendere la propria patria. Un giorno nel piccolo villaggio di Rragam bussa alla loro porta un soldato tedesco, un disertore. Il nonno ha due scelte, farlo entrare o cacciarlo via, si fida del suo istinto, gli dà asilo e scoprirà di aver fatto bene, perché quel soldato in Germania era un musicista e in quella casa tra le montagne insegna a Kajan a suonare il piano, cambiando di fatto il suo futuro. Fermiamoci qui con la trama del romanzo e approfondiamo invece l'uomo Ermal Meta, il suo sorriso mentre racconta le difficoltà di trovarsi a 13 anni in un paese non suo, di sognare in una lingua non sua e avere ancora adesso, dopo 29 anni, la mania di leggere il labiale. Ermal scopre la musicalità delle parole italiane in seguito a un infortunio a basket, lui promettente pianista, con la gamba ingessata si fa prestare una chitarra a cui si approccia con timidezza e riverenza. Ha paura di pizzicare quelle corde, lui che è un fuoriclasse del pianoforte, si avvicina a quello strumento e lì capisce la musicalità delle parole italiane che, a differenza della lingua albanese, sono complesse, piene di aggettivi e sinonimi: «d'altronde voi in Italia avete avuto Dante, Petrarca, Manzoni, noi in Albania solo grandi guerrieri». L'amore per la sua patria è vivo nei ricordi e racconti di Ermal che vuole condividere con il pubblico presente, quasi mettendosi a nudo, tutto ciò che prova un esule. Lui che non è arrivato qui con il barcone, sua madre era una concertista e aveva un regolare contratto con il teatro Petruzzelli di Bari. Lui che si sentiva figo perché un suo amico gli aveva prestato due libri: italiano 1 e 2 ed era convinto di sapere l'italiano, rendendosi conto che invece non basta studiarla su un libro, una lingua si deve viverla. Solo quando smise di scrivere su un quaderno le parole che non capiva con la traduzione in albanese accanto, si è sentito italiano e ha cominciato a sognare nella nostra lingua. Ad una domanda posta da un professore seduto in prima fila, Ermal risponde così: «Ciao Ermal, nel nostro paese ci sono tante comunità albanesi, io nelle mie aule ho tanti tuoi conterranei, cosa ti senti di dire loro, quale messaggio vorresti dargli». 

«Di non vergognarsi, ognuno è responsabile delle proprie azioni, non di quelle degli altri. Per anni mi sono vergognato per azioni commesse da altri, ma è sbagliato. Allora voi italiani dovreste vergognarvi della mafia o della classe politica».

Chapeau Ermal Meta!

                                                                                                                                                                                Acquista il romanzo


A cura di Margherita Guglielmino