Protocollo 14 - Luigi Grassi

Nella seconda metà del ventunesimo secolo, finalmente, in Italia la democrazia aveva trionfato.
I molti avevano prevalso sui pochi, e non c'era ambito in cui questa rivoluzione avesse mancato di fare sentire i suoi effetti.
Abolito il parlamento, chiamati per estrazione normali cittadini a gestire gli enti locali, i referendum del martedì, che apparivano sui terminali di ogni abitante, regolavano le leggi dello Stato.
Il nuovo vento aveva spazzato via tutti i vecchi orpelli che nel passato contribuivano a evidenziare le disuguaglianze sociali.
Liberati dal formalismo e dall'ipocrisia, tutti insieme si poteva vivere nella maniera più vera, semplice, e autentica.
Un nuovo linguaggio, privo delle antiche complicazioni, metteva sullo stesso piano l'erudito e l'analfabeta.
In ogni dove era la maggioranza a dettare le regole del gioco: e sono certamente più numerosi gli studenti rispetto agli insegnanti, i pazienti rispetto ai medici, i tifosi rispetto agli atleti.
Tutto questo era bellissimo, anche se, in taluni casi, aveva portato una certa ruvidezza nei rapporti sociali.
Alcuni cittadini sospettavano che dietro tanta sbandierata uguaglianza, ci fosse comunque una sotterranea sacca di ingiustizia, dove si annidava il vantaggio dei più furbi.
Qualcuno si ostinava a coltivare le vecchie abitudini, avvertendo che i bisogni primari non fossero l'orizzonte invalicabile dell'essere umano.
I protagonisti di questo racconto erano tra questi.


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